IL CONCERTO DI FINE AGOSTO.

Il ragazzo biondo aveva fatto tutto ciò che doveva con largo anticipo e sedeva rilassato. La chiesa risuonava già di organo barocco. Le panche erano disposte come per una funzione religiosa, ordinate precise precise su due file laterali alla navata centrale, con i programmi di sala ben disposti e le luci che brillavano di laccato sulle striature marroni. L’altare ospitava alcuni paramenti sacri che però avevano un ruolo marginale. Dalla sagrestia provenivano vocalizzi sopranili e squilli di tromba tendenti all’acuto e l’atmosfera festosa ricostruiva un’aura mistica di passato imprecisato. Come in attesa di una giostra medievale o come prima di uno spettacolo del settecento.

Benché mancasse ancora mezz’ora all’inizio del concerto una buona parte dei fedelissimi, da intendere come pubblico che frequentava sempre gli eventi del gruppo (ma probabilmente anche come anime pie del purgatorio), era già fuori all’ingresso principale a prendere una boccata di fresco prima di mettersi comodi ad ascoltare. Ingresso libero.

“Le luci, ecco, bene così, a posto”, “Togli quei cavi, mettili dietro che qua ci va la telecamera”, “La telecamera? Le telecamere. Sono due”, “Sì ma l’altra si posiziona di là, non ci vedi?”, “Ci vedo, ci vedo, ci vedo benissimo io”, “Vabbè, dai”, “Certo che va bene, deve andare bene per forza”, “Che ore sono?”, “Saranno le nove, nove e dieci”, “No saranno, alle nove e mezza si comincia”.

Le voci dei preparativi si punzecchiavano a vicenda come se fossero indipendenti dalle bocche che davano loro aria; poi s’andarono a mescolare non tanto amabilmente in mezzo ad un improvviso tuonar di batteria. Il ragazzo biondo ridestò l’attenzione che aveva messo in ferie e si alzò lentamente dal suo posto in prima fila.

“Bum-ciac, bum-ciac”, “Che cos’è?”, “Come che cos’è? È una batteria, non ci senti?”, “Non ci vedi, non ci senti, oh! Io ci vedo e ci sento benissimo, lo so che è una batteria!”, “Bum, bum, burum-bum-bum”, “E allora che vuoi?”, “No, dico, capisci qualcosa o il cervello ti fa acqua?”, “Tac-bum, tac-bum”, “Oh, cervello, rilassati”, “Se questi ci suonano la batteria, noi che facciamo?”.

Quando il ragazzo si accorse di averla combinata più o meno grossa provò a dare la colpa della sua sbadataggine al suo amore per la musica. Era una scusa piuttosto grossolana e non reggeva nemmeno il peso della musica leggera. Poi disse che amare la musica in fondo è un po’ come amare la vita e amare la vita non è mai abbastanza e più vita c’è e più la si vive meglio, ma il sillogismo andò ad infrangersi contro il ferreo rigore della logica aristotelica alla quale era tanto affezionato.

“Quaraquaun, tr-tr-tr”, “E adesso?”, “Sa, sa”, “È un assolo di chitarra”, “Prova, sa, sa”, “Ho capito che è la chitarra, scemo, ma la situazione si complica”.

Dietro l’angolo della chiesa c’era una birreria che il sabato sera faceva musica dal vivo e il ragazzo biondo, amante della musica in ogni sua possibile declinazione, aveva aiutato gli amici della birreria ad organizzare le serate live, così come aveva assistito gli amici del gruppo di musica barocca per il festival nel centro storico, così come aveva aiutato altri amici ad organizzare il repertorio sacro delle celebrazioni della settimana santa, del mese mariano e di tutto l’anno liturgico, e altri amici in altre cose che pensò che con questa storia dell’amicizia ci stava rimettendo lui.

pacifica coesistenza di generi diversi

pacifica coesistenza di generi diversi

“I can’t get no, ta-ta-ta, satisfaction, ta-ta-ta”, “Chi l’ha organizzata questa band rock?”, “Ora li faccio chiudere, gli faccio chiudere il locale”, “Prova, sa, prova”, “Ancora provano. Che ti provi? Si sente sì, si sente: casse e amplificatori, sono buoni tutti”.

Allora il ragazzo biondo provò a dire che erano solo delle prove e forse non c’era da preoccuparsi, ma quando il trombettista gli rivolse contro il suo occhio guercio alla Braccio di ferro e l’organista gli disse “Facimenti di capire: diccelo tu che smetterebbero” realizzò di dover mettere riparo al danno che aveva procurato, e anche nel minor tempo possibile visto che i concerti, entrambi, stavano per iniziare.

Si catapultò fuori dalla Chiesa della Misericordia, invocandola lui, misericordia, in giro per il mondo. Intanto quattro fedelissimi del concerto barocco (ma in realtà fedelissimi in generale, ché loro chissà da quanto tempo andavano consumando le panche della Misericordia) lo pregavano di mettere fine a quel baccano infernale. “Giovanotto”, “Quelli la devono smettere, ogni sera la stessa storia, io non riesco a dormire”, “Ehi, giovanotto!”.

Riuscì a svoltare l’angolo in direzione della birreria ma degli amici nessuna traccia, solo la rock band alle prese con gli accordi, e allora provò “Ragazzi, a che o…”, “About some useless information, Supposed to fire my imagination”, senza parlare del volume che rimbombava per l’intera piazzetta e che certificava, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, l’impossibilità della coesistenza dei due concerti, “A che ora…, scusate…”, e poi si affacciò uno che gli disse “Dimme!”, che sembrava più un comando che un cenno di cortesia e il ragazzo biondo chiese “A che ora iniziate?”, “A-e nove e mezza”, con un dialetto che definire romanesco sarebbe riduttivo, “Ma non è che…” e a chiudergli la bocca ci pensò il solista con “Hey, hey, hey. That’s what I say”, “Certo è quello che dici, d’accordo” e rigirò i tacchi in direzione della misericordia, cioè non solo della chiesa.

Davanti al portone c’era un gruppetto di persone, per la maggior parte anziani, che si lamentavano dell’indicibilità di certa musica, ma nel frattempo il ragazzo biondo non aveva cuore di entrare a subire gli sguardi torvi del trombettista e le rivisitazioni grammaticali dell’organista e allora aspettò al bivio in attesa che tornassero gli amici birraioli.

Intanto i magnifici quattro fedelissimi barocchisti rimanevano assiepati a presidiare l’ingresso. La loro età, la cui somma avrebbe messo in discussione il record di Matusalemme, non li intimidiva per niente e anzi parevano agguerriti come non mai. La prima signora aveva una parrucca riccia rossa e parlava soltanto dialetto stretto che tradotto sarebbe “Quanto ci piace il soprano a noi, oddio, non puoi capire, noi veniamo solo per lei, quella è bravissima”. Quella seduta accanto era una vecchina micro-piccola che in quanto a vecchiaia batteva tutti gli altri e sembrava più un essere mitologico che un essere umano, e aveva più rughe che denti e infatti non parlava e forse l’avevano portata lì a sua insaputa. All’ultimo posto della panchetta sedeva la donna italo-venezuelana che non poteva dormire la notte per il fracasso che facevano i birraioli “Lei, giovanotto, glielo deve dire: io non dormo, va bene?” confondendo il ragazzo biondo per uno della security (di che cosa poi?); “Prenda un sonnifero” pensò il ragazzo biondo senza dirlo. In piedi, che non aveva trovato posto a sedere, l’unico uomo del quartetto, alto di sicuro più d’un metro e con tre mascelle laddove di solito le persone comuni ne hanno una sola e le cui parole si comprendevano a fatica per una pronuncia assai poco articolata e per il difetto di mettere la ci al posto della ti, “A me mi piace la lirica, io sencio solo la musica classica”. Allora la signora del dialetto stretto gli fece “Eh… dove stavi sabato scorso? Quando i ragazzi hanno fatto l’opera”, “L’opera? Quale opera?”, “Aci, Galatea e Polifemo di Haendel” si inserì il ragazzo biondo mentre dava una sbirciata alla birreria e una alla chiesa che s’andava lentamente riempiendo. “E, e, quella là, Polifemo e coso!”, “Sabacio, sabacio…”, “E, sabato!”, “Sabacio ero a casa a vedere Nabucco” chiuse a propria discolpa.

Dal portone avanzò fuori il tecnico luci che disse che se non c’andava il ragazzo biondo a farsi valere con i birraioli, l’andava a risolvere lui la questione dell’orario e dopo erano guai per tutti, mentre dal didentro si sentiva la voce vellutata ma non impostata del soprano primadonna “Che aspettassero, che aspettassero” che sembrava emettere piccoli palloncini d’aria che dall’abside sentenziavano la soluzione dell’equivoco e poi rimbombavano fino al nartece.

“Scusatemi un attimo, vado a controllare se sono tornati i proprietari”. “Ecco, bravo, vada giovanotto” che tutto sommato l’italo-venezuelana era quella che frequentava meglio la grammatica italiana.

Il ragazzo biondo compì a volo quei quindici-sedici metri di distanza senza trovare i birraioli né alla cassa né alle spine, ma ricevendo in cambio un arrogante “’cause I try and I try and I try and I try” e allora “Ho capito che ci provate”, ma alle nove e mezza mancavano solo dieci minuti.

La folla al portone d’ingresso della Misericordia era ormai gremita e l’organista era uscito in prima persona ad accertarsi che si potesse procedere con gli ultimissimi preparativi e poi cominciare oppure mandare tutto all’aria definitivamente “Però che si deve appurare mo mo, se suoniamo, sennò me ne vado di subitamente”, “Un attimo di pazienza, per cortesia, stiamo risolvendo un malinteso”.

I fedelissimi barocchisti rimanevano nei pressi del portone a portare avanti ognuno le proprie lamentele, ognuno il proprio copione, a costo di non trovare posto a sedere in chiesa, e infatti “Mercoledì scorso erano le quattro e mezza e quelli stavano sotto il balcone di casa mia a bestemmiare” ribadì l’italo-venezuelana, allora la vecchina mitologica voltò il capo verso di lei e senza parole le comunicò che nessuno era interessato alle sue disavventure notturne infrasettimanali. “Sarebbe un peccato non sentire il soprano, perché sta sempre in giro per l’Italia con i concerti e per una volta che sta qua da noi ce lo dobbiamo perdere”. “Sì, sì, sabacio scorso Nabucco. Giovino’ io c’ho quacciro Nabucco”, come i bambini che fanno la collezione delle figurine e si vantano dei doppioni. “Per colpa loro giovedì mattina non sono potuta andare nemmeno al mercato a fare la spesa”, “Ma quattro Nabucco di cosa?”, “In videocasseccia. Io c’ho l’incera collezione”. “Sono ragazzi, falli fare, tu devi sempre andare a litigare”, “No, no, hanno il permesso di fare musica fino alle una”, “Signora si tratta di ordinanze comunali ,ci vuole pure un po’ di buon senso”, “Io all’una e cinque chiamo i carabinieri”. “Io c’ho ciuccio Verdi”.

Disperato il ragazzo biondo riuscì a temporeggiare altri cinque minuti mentre l’organista ribatteva che “L’impegnativa della serata equivale di pagamento: pure se non suono ci voglio duecento euro, diglielo al batterista”, confondendo anch’egli organizzazioni, concerti, sintassi e buone maniere.

Finalmente la musica assordante dei novelli Rolling ebbe un attimo di pausa. Il ragazzo biondo fissò le braccia allargate del Signore stampate sulla lunetta sopra il portone della Misericodrdia e lo ringraziò di nascosto.

Dall’angolo a sud sbucò quello magro dei birraioli con aria serena e con passo celere dicendo al ragazzo biondo “È tardi?, no, avete già cominciato?”, “Scusa ma il concerto vostro?”, “Cosa?”, “La cover dei Rolling”, “Ah certo, sì, abbiamo posticipato; cominciamo quando finisce qui. Ma tu che fai non entri?”, “Eh, se trovo posto, ma tu vieni pure ai concerti di classica?”, “Certo. Bach, Haendel e Scarlatti a zero euro non me li perdo di sicuro. Dai sbrigati”.

Il ragazzo biondo tirò un sospiro di un quarto d’ora che si perse l’inizio del concerto e vide il birraiolo magro entrare e trovare posto affianco a quello grasso che già aspettava dentro da un po’. Poi esortò anche i fedelissimi barocchisti che quando sentirono l’accordare dei violini alzarono i loro lenti sederi e li diressero verso i posti riservati.

“Questi scostumati vengono pure in chiesa a sentire la musica sacra”.

“A me mi piace ciuccio della lirica”.

“Allora deve venire sabato prossimo al concerto di chiusura: c’è lo Stabat Mater” concluse il ragazzo biondo.

“Stabac’ Macer, Stabac’ Macer. Io c’ho quello di Pergolesi, quello di Rossini, voi quale face?”

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Una risposta a IL CONCERTO DI FINE AGOSTO.

  1. Quando uno parla poco, osserva molto e se è uno scrittore coglie, interpreta, fa arte.
    Bravo Guido, un bellissimo regalo!

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