Intervento linguistico

Quando un essere umano vive all’interno di una società vuol dire che ne condivide i principi unitari (positivi o negativi che essi siano) che essa si è data per auto-organizzarsi nel miglior modo possibile. Questo principio è valido soprattutto per l’organizzazione della comunicazione, senza la quale nessun vivente potrebbe interagire con un altro e dunque nessuna evoluzione sarebbe possibile. Ecco perché, come ormai parecchi studi di linguistica comparata, di sociolinguistica e antropologia confermano, noi dipendiamo dal nostro modo di comunicare, cioè dal nostro linguaggio (quando non addirittura dalla somma dei vari tipi di linguaggi, verbali e non, di cui facciamo uso). Ecco perché il nostro modo di ragionare si manifesta, non tanto nei nostri comportamenti, quanto nel nostro modo di parlare. Ecco perché, più d’ogni altro aspetto, noi siamo quello che diciamo, dato che ogni lingua, a livello sintattico quanto lessicale, sul rigido piano grammaticale quanto su quello lirico-poetico, esprime i contenuti del pensiero base della comunità dei suoi parlanti.

È, dunque, la lingua italiana che può permetterci di capire la logica e la sofisticatezza del nostro pensiero. Procediamo.
Tra le centinaia di considerazioni che la lingua italiana ci suggerisce di fare, abbiamo provato a farne una soltanto e abbiamo provato a fornire alcuni esempi che possano testimoniare la validità della nostra tesi e corredarla di verifiche non inconfutabili, giacché le scienze umane non sono scienze esatte, ma quanto meno vere e coerenti.

Quindi, ecco la nostra tesi: la lingua italiana ha delle falle, il nostro modo di pensare non concepisce la totalità della logica di cui necessiterebbe per coprire l’intero arco delle possibilità dell’esposizione sia scritta che orale. In altri termini, quel che ci pare è che, in italiano, esistano delle situazioni in cui non c’è una struttura sintattica o una parola adeguata per esprimere un determinato concetto e il parlante si trova costretto ad usare vocaboli che di norma sarebbero impropri, adattando il significato di quella parola al contesto di fronte al quale si trova. Esistono anche numerosissimi casi in cui, pur essendoci vocaboli e costrutti appropriati, il parlante preferisce usare la versione errata, o comunque meno aderente sotto il profilo semantico, per esprimere il concetto che intende.

Ovviamente il discorso sarebbe ben più complicato rispetto a quanto qui lo si dipinge e bisognerebbe scomodare quantomeno i principi basilari della linguistica e della glottologia, per stabilire una serie di presupposti fondamentali, come, ad esempio, se ogni gesto linguistico sia unico ed irripetibile e risponda soltanto alle sue regole interne o non rispetti piuttosto una serie di norme precostituite, se sia personale o collettivo, se abbia come scopo l’estetica oltre che l’utilità, solo per citare quelli di importanza preliminare.

Dunque, secondo la nostra tesi, un parlante si troverebbe, in alcuni casi, nell’impossibilità di esprimere correttamente un concetto poiché non esisterebbe il lessico appropriato; si tratta di un’affermazione al limite dell’esagerazione. Per supportarla abbiamo bisogno di un congruo numero di esempi.

  1. Durante le partite di calcio, precisamente all’inizio, si sente spesso dire dai commentatori “l’arbitro fischia l’inizio…partiti!”, per indicare che la gara ha preso il via, ma il participio passato partiti si riferisce ai calciatori, i quali non sono affatto partiti, non sono andati da nessuna parte, non hanno intrapreso nessun viaggio; in questo caso esiste un vuoto lessicale per esprimere lo stato dei giocatori e il linguaggio giornalistico prende in prestito il verbo partire, usandolo in senso ampiamente metaforico, intendendo come un viaggio i 90 minuti di gara.
  2. In estate ci si imbatte nei cartelli di “limite acque sicure”, ma a ben vedere non sono le acque ad essere più o meno sicure, ma sono le organizzazioni addette alla balneazione che declinano ogni responsabilità oltre quel determinato limite. L’acqua, di per sé, non annovera tra le sue qualità il binomio sicura/insicura. Così come non esiste l’acqua alta o l’acqua bassa, aggettivi che vengono usati abbondantemente e, a ben riflettere, a sproposito, visto che è il fondale marino a determinare l’altezza (il concetto di profondità è assai più indicato) dello spazio in cui ci si fa il bagno. In entrambi i casi, comunque, abbiamo a che fare con una traslazione di qualità degli aggettivi di carattere metonimico, cioè in base ad un rapporto di contiguità logica facilmente comprensibile.
  3. Numerosi sono anche gli esempi di metafore banalizzate che si sono impossessate, col tempo, dello status di parole o espressioni corrette. “Il collo della bottiglia”, “il piede del tavolo”, “il telefono della doccia” sono tutti modi di dire che alla base non esisterebbero, ma la comunità dei parlanti, non avendo a disposizione nessun termine appropriato, ha lentamente trasformato l’uso metaforico in uso logico-consuetudinario.
  4. Altro caso di espressioni dal significato quantomeno ondivago sono quelle formate da un sostantivo ed un aggettivo che assumono sfumature di significato diverso in base alla precedenza dell’uno o dell’altro elemento, quelle del tipo “bravo ragazzo” o “ragazzo bravo”, “una strana coppia” o “una coppia strana”, “una bella figura” o “una figura bella”, etc. Se il bravo ragazzo è colui che ha sani principi morali e rispetta tutte le regole costituite, il ragazzo bravo ha un’intelligenza più critica, più autonoma, più carismatica; se una strana coppia afferisce più alla sfera dello spettacolo (duo comico, musicale, etc.) ed ha una connotazione positiva, intendendo la stranezza come estro artistico, la coppia strana è una coppia di fidanzati che ha comportamenti sociali poco condivisibili quando non del tutto impropri, intendendo la stranezza ai limiti della moralità e/o della legalità; e via di questo passo. Sembra un po’deficitario un sistema che non abbia una giusta quantità di espressioni sinonimiche.

Sicuramente tutto quel di cui s’è parlato può essere inteso anche in senso contrario; si può opinare ad esempio che non si tratta di controsensi della lingua ma di svariate possibilità semantiche proprie di un popolo creativo quale il nostro; si può considerare il fatto che l’uso metaforico di alcuni termini, una volta entrato nel linguaggio quotidiano, smette di essere metaforico (si potrebbe arrivare a ridefinire il concetto stesso di metafora); si possono ritenere questi limiti della nostra lingua delle risorse poetiche dalle quali attingere per arricchire il nostro lessico.

Naturalmente, l’intento di questo intervento è fortemente provocatorio. Si possono muovere critiche a questo impianto di pensiero, condividerlo o rifiutarlo. Adibiamo, perciò, lo spazio commenti alle vostre osservazioni, considerazioni e agli altri esempi che vi possano venire in mente oltre che ad un dialogo costruttivo per comprendere al meglio l’uso e lo sviluppo della lingua italiana.

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2 risposte a Intervento linguistico

  1. silviagoi ha detto:

    In poche parole, la lingua italiana lascia dei vuoti: a noi riempirli con il silenzio, il dialetto, gli strilli di chi sbertuccia, i singhiozzi di chi rimpiange, un’altra lingua, che so?…Con l’azione, magari…che, poverina. sfuma, si perde all’orizzonte nella nebbia dei riferimenti, in questa selva di rimandi metaforici.
    Eppoi, in fondo, via, tra uomini….le parole sono soltanto parole, no? Non importa che vengano, come da tradizione nazionale, sprecate o mal dirette…l’importante è che incidano. O no? Silvia

  2. corpo 10 ha detto:

    @silvia
    il tuo commento suggerisce due spunti di riflessione entrambi validi:
    1) che la lingua è uno dei tanti strumenti di comunicazione, un sottoinsieme del linguaggio e quindi da completare con altri sistemi accessori; sistemi complementari che non si escludono a vicenda (una frase ben detta viene valorizzata o sminuita da uno sguardo intenso? ognuno può pensarla come vuole).
    2) che la lingua ha un obiettivo, e cioè quello di trasmettere un messaggio e che questo messaggio arrivi sano e salvo al destinatario e non si perda nei meandri dei doppi/controsensi. Se il messaggio arriva ogni mezzo è lecito

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