Perché non possiamo non dirci “kafkiani”.

Croce. Kafka. Prendiamo in prestito una famosa frase del filosofo Benedetto Croce e la sottoponiamo a metamorfosi; il risultato sarà sorprendente. L’operazione può sembrare scorretta ma, in realtà, serve soltanto a mettere in luce la grandezza dello scrittore boemo e il perché del suo sempiterno valore.

“Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.” Basterebbe l’incipit de La Metamorfosi per rendere evidente non solo la grandezza letteraria di Kafka (il suo stile asciutto e al tempo stesso iper realistico), quanto la sua capacità di trasformare, di rendere cioè una problematica secondo una diversa forma, assecondando un’abilità quasi magica, proprio negli stessi anni in cui l’arte magica conosceva il suo più clamoroso successo. A differenza della magia, però, e anzi, grazie alla naturalezza delle proprie parole, Kafka compie un’operazione molto seria che non usa artifici linguistici e che non richiede, paradossalmente, alcuno sforzo di credulità: riesce infatti a raccontare una storia del tutto surreale, trattandone i temi principali con una tale naturalezza, che il lettore non fa nessuna fatica ad immergersi nel mondo narrativo. Oltre le evidenti abilità tecnico-retoriche (assai innovative in verità) ciò che ci spinge ad amare questo autore è l’elevato grado d’empatia che riesce a stabilire tra il protagonista ed il lettore. Ma come si può ottenere questo fantastico risultato? Perché ci sentiamo così coinvolti? Ecco come agisce K: compie una tripla operazione di metamorfosi. La più palese è il cambiamento di forma di Gregorio da essere umano ad orribile insetto (metamorfosi = altra forma); è anche vero però che, mano a mano che si entra in rapporto con le dinamiche secondo le quali i personaggi interagiscono, il lettore quasi dimentica il fatto che Gregorio sia un insetto ed è portato ad una condivisione umana della sua situazione che prescinde dal suo stato fisico (metamorfosi = oltre la forma); dunque il cambiamento più importante sta nell’aver introiettato problematiche relazionali, umane, sociali all’interno del corpo umano, mettendo in stretta relazione la trasformazione corporea con una graduale presa di coscienza degli effettivi rapporti umani che legano Gregorio alla famiglia (metamorfosi = metafora).

Il risultato finale è dunque la presa di coscienza dello sgretolamento delle false certezze su cui si basano i rapporti interpersonali, di come l’assurdità di certi avvenimenti possa essere rivelatrice e di un generale senso di smarrimento che avvinghia il genere umano. Ecco la perfetta descrizione di un mondo instabile, che poggia su un equilibrio precario. Ecco il precariato.

Possiamo ancora non dirci “kafkiani”?

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4 risposte a Perché non possiamo non dirci “kafkiani”.

  1. silviagoi ha detto:

    Kafka palombaro del linguaggio.

    L’influenza esercitata dalla tecnica narrativa – e dalla ricerca lessicale – kafkiana
    costituiscono uno dei motori principali di ricerca del Novecento letterario europeo.
    La transnazionalità, lo ‘spirito di traduzione’ sotteso alle trame stesse ed all’impianto narrativo,
    si impongono con nettezza già al primo approccio dei testi. Non pensiamo certo di dire nulla di nuovo in questo senso: il meccanismo è indagatissimo. Proprio per questo ci proponiamo di mettere in luce una sola caratteristica forte emergente nei racconti, intorno alla quale viene organizzata la vicenda ( o l’assenza di vicenda, dovremmo talvolta dire?) : e questa caratteristica chiameremo la virtus attractiva. Non di un semplice espediente letterario si tratta, né di una mera nozione narratologica sulla topologia dell’azione, né tantomeno di una sospetta azione alchimistica sui personaggi ( come parrebbe indicare la dicitura latina), ma del verso in cui il racconto procede nell’alternarsi degli episodi, rispecchiato dalla caratteristica oggettualità degli eventi.
    Servirsi di terminologia alchemica è ormai un luogo comune nell’indagine sugli autori praghesi, quasi un elemento di vendita prima turistico che letterario: ma noi ce ne serviremo deprivandolo
    dei sovrasensi innumerevoli che può rivestire, proprio per analizzare, passo passo, quei rimandi, quegli scarti, quegli spostamenti di area semantica in altro vortice di riferimento, che permette l’emersione dell’alterità linguistica (e non solo linguistica) in una realtà iper-asciutta, iper-razionalizzante, burocratizzata, prosciugata di vita, ma con una serie di regole insite che appaiono anche salvifiche, quantomeno predittive, anticipanti dello scontro. Che lo scontro avvenga o non si realizzi davvero, appare per la comprensione della dinamica paradossalmente meno importante.
    Emersione della lingua ceca. Mostrare. Ma non è ancora questo che cercavamo, sarebbe molto meccanica la costruzione, invece quella che raggiunge è un’essenzialità che mostra l’universalità della dinamica. Mostrare l’operazione sulla lingua. Zac!

    – Kafka, I racconti
    – Kafka, La Metamorfosi ed altri racconti, Mi, Feltrinelli, 19…
    – Kafka, Il castello, Mondadori
    – Kafka, Amerika ( e riduzioni della prima parte del testo)
    – Kafka, Il processo
    – Kafka, Lettere a Milena
    – Kafka, Lettera al padre
    – La famiglia Kafka

    – Praga alchemica
    – …..800

  2. corpo 10 ha detto:

    Sicuramente il tuo approccio analitico è condivisibile perché poggia su basi critiche evidentemente solide. Quel che tu chiami virtus attractiva rimanda a quel principio d’empatia che noi abbiamo nominato motore del rapporto che Kafka riesce ad instaurare immediatamente con il lettore e che una certa critica (forse soprattutto americana, ma la memoria difetta) ha definito, per l’appunto, attrattiva e seducente. Questo, se possibile, è ancor più evidente ne “Il processo” che ne “La metamorfosi”.
    Ci incuriosisce molto il discorso allargato alla ricerca linguistica sugli scrittori praghesi in generale. Riusciresti a mandarci dei link o dei riferimenti bibliografici a riguardo?

  3. silviagoi ha detto:

    La richiesta mi lusinga: e le letture disponibili ora in Italiano permettono di soddisfarla.
    Pensavo, naturalmente, alla tradizione descritta nella guida critica Praga Magica ( A.M. Ripellino, edizione Einuaidi), che riportò un dibattito giunto in Italia grazie anche alla presa di distanza di scrittori come Havel. Una piccola, antiquata, miniera di notizie storiche ( e quindi anche ‘alchemiche’, rodolfiane)
    è il raro Jirasek,Racconti e leggende della Praga d’Oro, Mondadori.
    Ma sul tema, oltre ai lettori di Kafka, si sono scatenati naturalmente critici e scrittori:talora richiamando il mito del Golem, più spesso semplicemente sfruttando il senso dell’assurdo, di ‘bilocazione’ suggerito da una geometria bizzarra dei vicoli e delle piazze.
    Fama ingrandita dal successo del romanzo Il Golem di Gustav Meyrink (Bompiani); per
    la Praga socialista ci si può riferire a Utz di Chatwin (Adelphi), che eredita – nonostante l’epoca – la sensibilità per questa connotazione.
    Silvia GOI

  4. Raul Bucciarelli ha detto:

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

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