Babbo chi?!

[Questo racconto sta partecipando al Montesilvano writing contest]

La sera della vigilia di Natale avevano l’abitudine di aspettare l’arrivo dell’omonimo Babbo insieme ai cuginetti, agli zii, e a tutto il parentado. Camilla era la più grande dei nipoti e in ogni circostanza doveva dare il buon esempio, comportarsi bene e far vedere che non mangiare caramelle prima di cena era un comportamento da grandi.

La tavola era apparecchiata a puntino, con il servizio buono e la tovaglia da cerimonia e gli aperitivi erano già serviti su di un apposito banchetto a parte. La mamma, goffa sotto il peso dei suoi gioielli, aveva recitato la solita pantomima dell’attesa dell’arrivo dell’omone vestito di rosso, ma Camilla per la prima volta aveva avuto dei sospetti circa la sua identità se non proprio sulla effettiva esistenza.

L’uomo indossava un abito elegante come si usa nelle grandi occasioni, solo che per lui ogni giorno era una grande occasione e quindi vestiva sempre la sua classe. Aveva da portare a termine l’ultimo solito lavoretto persino quella sera, perché i liberi professionisti non conoscono ferie e sono sempre a disposizione della clientela. Qualunque essa sia. Puntualità e precisione sono sinonimi di professionalità e non ci si può permettere nessuna distrazione. La sua idea di puntualità era presentarsi almeno un’ora prima dell’appuntamento per sistemare gli ultimi dettagli, mentre quella di precisione era legata al raggiungimento dell’obiettivo. I suoi erano sempre appuntamenti strani perché non si svolgevano mai nello stesso luogo dove si trovava il cliente e sempre all’insaputa dello stesso. Quella sera, per esempio l’appuntamento era tra lui che si trovava al quarto piano di un hotel di gran lusso e il suo cliente che fumava una sigaretta dopo un aperitivo in un bar del centro.

Camilla chiese alla mamma quando sarebbe tornato il papà e, soprattutto, se avrebbe fatto in tempo prima dell’arrivo di Babbo Natale, ché già l’anno prima se l’era perso e la cosa le aveva fatto sorgere i primi dubbi. Intanto il grande salone si riempiva di carta traslucida che passava di mano in mano tra amici e parenti, quasi una ventina di inoccupati che spendeva il denaro del libero professionista che tardava ancora.

 

L’uomo si affacciò alla finestra e si accorse che era quasi giunto il momento della sua operazione di precisione. Sbagliare equivale a non essere pagati. Non esistono ammortizzatori sociali.

Camilla prese per mano i cuginetti più piccoli e li fece accomodare davanti ad un megaschermo al plasma che recitava Christmas Carol in forma di cartone animato. Gli altri parenti brindavano in anticipo, non si sa bene se alla nascita del Salvatore o se al loro benessere che non era stato intaccato dalla perdita del lavoro.

L’uomo strinse l’occhio sinistro dentro le palpebre, immerso nel buio della stanza, ma avvolto dai riverberi delle lucine degli addobbi fuori in strada, poi corrugò leggermente la fronte sopra la canna e premette un gingillo di metallo. In quello stesso istante il suo cliente ebbe un malore e alcune persone si accertarono delle sue condizioni.

Camilla s’alzò di scatto quando, in mezzo al brusio del chiacchiericcio e della televisione, sentì il rumore metallico del citofono. Questo è papà, sperò. Avrebbe significato che avrebbero aspettato insieme Babbo Natale, cioè niente equivalenza d’identità. Invece entrò Babbo col sacco piano di regali. Tutti gli si fecero vicino, i piccoli per lo stupore, i grandi per tenere il gioco.

Camilla si defilò un poco delusa, quando riconobbe la solita fronte corrugata e il solito occhio sinistro appannato del padre che tornava da lavoro come tutte le sere.

Guido Grimaldi | Corpo10

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