Non esistono più le mezze stagioni! O forse sì.

Il tanto abusato luogo comune climatico può essere preso in prestito per analizzare la situazione culturale, e non solo, della nostra bella Italia. Senza divagare inutilmente sulla società intera di cui preferiamo non occuparci (visto che lo fanno egregiamente Fedele La Causa e Armando Lo Piccolo), basterà limitare il nostro raggio d’indagine al campo letterario, il solito improduttivo campo della sterile pagina scritta. Le mezze stagioni, per definizione, sono quei periodi in cui non c’è nessuno dei due eccessi; ciò non significa che il clima sia sgradevole, tutt’altro: si sta benissimo a metà maggio in giardino a godersi un buon caffè dopo pranzo quando il sole ha riscaldato l’ambiente, ma si allontana di nascosto lasciando dietro di sé una scia d’ombra fresca ma non troppo! Noi tutti, al giorno d’oggi, siamo portati a concepire, invece, l’estate e l’inverno come i soli parametri di valutazione climatica e tanto ci hanno raccontato questa storia dell’inesistenza delle mezze stagioni che ci siamo adeguati se non assuefatti. Perciò: o troppo caldo o troppo freddo. Estremi probabilmente entrambi partigiani.

Se trasferiamo la metafora dall’ambito meteorologico a quello del libro, e rifacendoci anche ad altri articoli su questo e su altri blog, notiamo che accade una cosa molto simile tra gli intellettuali e le opere che questi scrivono; e cioè, si ha a che fare con: o dei grandissimi indiscussi maestri che hanno scritto dei capolavori e che meritano di vendere centinaia di migliaia di copie che trascinano i lettori in una esperienza coinvolgente, oppure abbiamo i giovinetti che a malapena sanno scrivere e che meritano di rimanere nell’anonimato e pertanto nessuno pubblica perché tanto non se ne sente la necessità. Queste due posizioni così distanti (che pure esistono, ma rappresentano gli antipodi del variegato mondo della scrittura) e apparentemente inconciliabili, racchiudono, invece, al loro interno un’immensa possibilità di forme di scrittura, un’infinita gamma di testi di tutte le qualità, dai capolavori nascosti ai temi di prima media totalmente sgrammaticati.

Sulla rete, cliccando a destra e a manca, passando attraverso blog, riviste letterarie on-line e siti specialistici o di concorsi per esordienti, ho letto e apprezzato molti racconti e poesie di buon valore, se non buonissimo, addirittura eccellente in un paio di casi; con uguale facilità, ammetto, ho letto anche un bell’ammasso di banalità e frasi fatte messe una dopo l’altra sperando che il tutto si trasformasse in lettere d’amore o inni alla solidarietà verso gli animali maltrattati. Allora, se è vero che per questi ultimi l’anonimato resta il premio dovuto, ai primi forse sarebbe giusto che venisse concessa una piccola opportunità di farsi conoscere, di esprimere le loro creazioni ad un piccolo pubblico, ad una cerchia non così stretta di lettori; chissà: una piccola pubblicazione. Ci sarà un po’ di spazio in case editrici, grandi o piccole che siano, per scrittori sconosciuti? Anche i conosciuti di oggi erano gli sconosciuti di ieri, o no?

Così come la salvaguardia del pianeta passa anche per il riequilibrio dell’ecosistema e delle sue fasce climatiche, e quindi del graduale passaggio attraverso quattro stagioni, allo stesso modo la cultura, e la letteratura nello specifico, ha bisogno della valorizzazione dei tanti talenti nascosti che scrivono, e magari bene, e qualche volta benissimo, ma che rimangono ignoti per motivi che non si appurano. Altrimenti Vivaldi si sarebbe risparmiato tutta quella fatica per comporre “Le quattro stagioni”; ne sarebbero bastate solo due!

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